C’è un tipo di femminilità che non ha bisogno di esibire la propria forza per essere autorevole, è una femminilità che si fonda sulla misura, sulla presenza, sull’ironia sottile di chi non deve conquistare nessuno perché abita già se stessa.
Diane Keaton rappresentava questo modo di stare al mondo. Non come diva, ma come donna che non si è mai travestita per piacere; il suo stile sobrio, la sua voce lieve ma ferma, raccontavano una femminilità che non ha paura del limite e non cerca il consenso come conferma della propria esistenza.
Nel panorama attuale, dove la femminilità è spesso ridotta a immagine da esporre o a efficienza da misurare, quella di Keaton appare quasi anacronistica: ma forse è proprio per questo che oggi ne abbiamo bisogno. È una femminilità che sa tacere e che in quel silenzio conserva la sua forza, che non teme di mostrarsi ironica, disordinata, imperfetta, perché sa che la grazia non nasce dalla simmetria, ma dalla verità di un gesto autentico.
Dal punto di vista psichico questa forma di femminilità corrisponde a una donna che non ha bisogno di collocarsi nello sguardo dell’Altro per sentirsi viva.
È una soggettività che si costruisce dall’interno, non per contrasto né per compiacimento; è una posizione esistenziale che riconosce la vulnerabilità come parte della forza, la sobrietà come linguaggio del desiderio, la libertà come fedeltà a sé. In questo senso è una femminilità profondamente erotica, ma di un erotismo mentale e affettivo che si nutre di parola e di distanza più che di esposizione ed esibizione.
Non è una femminilità nostalgica ma anticipatrice. Parla alle donne che non vogliono più essere oggetto né modello, ma presenza “pensante”. Ci ricorda che l’eleganza psichica non è il controllo, è la capacità di restare intere dentro la propria complessità.
È una femminilità che non teme di invecchiare perché ha già imparato a durare.
Grazie Diane per il modello che sei stata. Foto di Vanity Fair
