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Clinica e salute mentale

InFame: la fame dell’anima e il silenzio del corpo.

InFame: la fame dell’anima e il silenzio del corpo.

PC

Autrice

Iolanda Gaeta

Rubrica

Clinica e salute mentale

Tempo di lettura

3 minuti

Pubblicato

7 settembre 2026

InFame: la fame dell’anima e il silenzio del corpo.

Ambra Angiolini, attrice, conduttrice e figura pubblica molto amata, ha scelto di raccontare nel suo libro InFame l’esperienza della bulimia vissuta in giovanissima età.

È una storia che parla di corpo, di fame e di invisibilità, ma soprattutto di quel tentativo disperato di esistere e di farsi sentire attraverso il cibo, o meglio, attraverso il suo abuso.

Ambra, oggi impegnata in campagne di sensibilizzazione, offre così uno spazio prezioso: un luogo simbolico nel quale il dolore può trovare una parola, e dove il sintomo, per anni vissuto come vergogna, diventa un ponte tra Sé e l’Altro

Ma che cos'è davvero la bulimia?

Non è semplicemente un disturbo legato al cibo, né un problema di forza di volontà.

La bulimia è un sintomo. È una risposta che il corpo fornisce quando la mente non riesce a elaborare una sofferenza più profonda; una sofferenza che spesso non ha nome, che non trova parole, ma che insiste, si agita, preme, e quando non trova un luogo mentale in cui depositarsi, scivola nel corpo: il corpo allora diventa il teatro muto di un conflitto psichico, ciò che non può essere pensato, viene agito.

In questo senso la bulimia non parla solo di fame di cibo, ma di fame d’amore, di riconoscimento, di senso. Il soggetto bulimico si muove in una relazione ambivalente con il cibo: lo desidera, lo ingurgita, poi lo rigetta. È un movimento che riflette la difficoltà a contenere emozioni troppo intense, desideri confusi, angosce profonde. Il cibo come oggetto transitorio, illusoriamente capace di colmare un vuoto interno che però è incolmabile con ciò che è materiale.

Dal punto di vista psicoanalitico il sintomo alimentare si inserisce laddove manca una funzione simbolica: il soggetto non riesce a trasformare l’esperienza emotiva in rappresentazione e quindi in pensiero.

Il dolore psichico, non potendo essere mentalizzato, viene evacuato nel corpo. Ed è in questa dinamica che il cibo assume un ruolo paradossale: è insieme nutrimento e veleno, carezza e punizione, compagnia e minaccia. È un oggetto “che non tradisce” ma che allo stesso tempo, distrugge.

Il vuoto che si tenta di riempire con il cibo non è un semplice buco nello stomaco, ma è un’assenza che si avverte nell’identità, nel valore personale, nella possibilità di esistere per l’Altro.

Il soggetto bulimico spesso ha vissuto esperienze in cui la propria soggettività non è stata riconosciuta o contenuta, non è stato visto, ascoltato, pensato.

Di fronte a questa carenza originaria si costruisce una modalità di sopravvivenza che passa attraverso il corpo: un corpo che si ingozza per anestetizzare, riempire, sentire qualcosa e che poi si svuota, come a ripetere il gesto originario dell’essere lasciati soli.

La bulimia, allora, può essere letta come un tentativo disperato di sopravvivere a una “mancanza-vuoto” che il soggetto non riesce a sostenere. È una risposta primitiva che chiede ascolto e che può trovare una via di trasformazione solo quando incontra un Altro capace di accogliere, contenere e dare senso.

La guarigione non è mai immediata, né lineare, passa dalla possibilità di dare senso alla propria storia, di trasformare il sintomo in parola, di non restare soli nel dolore.

In un mondo che spinge alla performance e all’immagine, il corpo diventa l’ultimo rifugio dove urlare ciò che non può essere detto, ma laddove c’è parola, comprensione e spazio psichico, il sintomo può cedere il passo a una nuova costruzione di sé ed è lì che può iniziare la vera libertà.

© Iolanda Gaeta, 2026. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione.

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