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La libertà di scegliere: riflessioni sul caso di Laura Santi

Ogni giorno nella mia pratica clinica incontro individui che si confrontano con il dolore, non solo quello fisico, tangibile, ma anche quello psichico, spesso silente, e quello esistenziale, che si insinua nei momenti...

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Autrice

Iolanda Gaeta

Rubrica

Società e attualità

Tempo di lettura

4 minuti

Pubblicato

24 agosto 2026

Ogni giorno nella mia pratica clinica incontro individui che si confrontano con il dolore, non solo quello fisico, tangibile, ma anche quello psichico, spesso silente, e quello esistenziale, che si insinua nei momenti in cui la vita perde significato. In quei luoghi interiori, dove la sofferenza interroga le fondamenta dell’identità, si gioca la possibilità di rimanere soggetti del proprio destino, oppure di divenire oggetti della propria storia.

La vicenda di Laura Santi interpella profondamente queste domande. Una donna di 48 anni, con una mente lucida e un pensiero profondo, costretta da oltre vent’anni a un’immobilità assoluta. Inchiodata a un letto, privata di ogni possibilità di movimento, ma non della capacità di sentire, amare, riflettere. Laura non chiedeva di morire: chiedeva di poter scegliere, di preservare la propria dignità nel momento in cui la vita, spogliata da ogni autonomia, si era trasformata in mera sopravvivenza.

Potersi rappresentare come agenti del proprio vivere, anche e soprattutto nei momenti più estremi, significa riconoscersi come soggetti desideranti, capaci di attribuire senso a ciò che si attraversa.

Laura ha scelto, lo ha fatto con lucidità e con amore per sé stessa. Ha deciso di recarsi in Svizzera, dove l’eutanasia è legalmente regolamentata, per porre fine alla sua sofferenza in modo consapevole e dignitoso. La sua non è stata una fuga dalla vita, ma un atto estremo di affermazione di sé. Un ultimo gesto di libertà, nel rispetto della propria storia, della propria identità, della propria umanità.

Nel profondo del dolore esiste sempre una dimensione narrativa: ogni essere umano cerca di raccontarsi una storia che tenga insieme le esperienze, i traumi, le perdite, gli affetti. Quando quella narrazione non è più possibile, quando ogni tentativo di dare senso si scontra con l’impossibilità di immaginare un futuro, allora può emergere la domanda di morire non come rinuncia, ma come scelta estrema di coerenza e integrità.

Laura non ha chiesto pietà. Ha chiesto ascolto. Ha chiesto che la sua volontà fosse accolta come espressione di una soggettività piena, non compromessa dalla sua condizione clinica. Il suo desiderio non era dettato da una fuga, ma da un’esigenza profonda di non lasciarsi definire dalla malattia, di non essere ridotta a un corpo sofferente, di non essere espropriata della propria capacità simbolica e affettiva di decidere.

Particolarmente toccanti, in questo senso, sono le parole del marito di Laura, che racconta: «Mi ha chiesto: vuoi che rimanga un altro po’? Ma io l’ho lasciata andare». In quella domanda c’è tutta la delicatezza del legame, la potenza di un amore che si fa silenzioso compagno di un ultimo gesto di libertà, e in quella risposta c’è il riconoscimento più profondo della soggettività dell’Altro: non trattenere, ma lasciare andare…

Dopo la sua morte, il marito ha dichiarato: «Ho lasciato in sala i suoi vestiti e i suoi libri. Anche se non c’è più, c’è come non mai. Sono contento di questo risultato, ora so che voglio continuare a impegnarmi su questo fronte, in suo nome e in suo onore». È una frase che ci conduce al cuore dell’elaborazione del lutto: i morti non sono davvero morti, se continuano a vivere nel nostro ricordo, nei nostri gesti, nella trama invisibile delle nostre scelte. Il legame con l’oggetto perduto si trasforma, ma non si spezza: si fa interno, psichico, generativo. Continuare a vivere anche per l’Altro, portandolo dentro di sé è uno dei modi più profondi con cui l’amore si declina oltre la soglia della morte.

Il morire, nella nostra società, è spesso negato e spinto ai margini. Eppure si tratta di una fase della vita che richiede presenza psichica, possibilità di scelta, contenimento e riconoscimento. Morire con dignità non è solo un tema giuridico o medico. È prima di tutto una questione relazionale, psicologica, profondamente umana. Significa permettere a chi sta andando via di mantenere il timone della propria storia anche nel momento finale.

Il dolore di Laura, come quello di molte persone che si trovano in condizioni simili, ci interroga non soltanto sul senso della morte, ma anche sul significato della vita. Cosa significa vivere, se non poter scegliere, sentire, agire, amare secondo ciò che ci è più autentico? E cosa significa morire, se non potersi congedare dal mondo in modo coerente con la propria identità?

Difendere il diritto all’eutanasia, nei casi in cui la sofferenza è irreversibile e la qualità della vita è gravemente compromessa, non significa negare il valore della vita, ma onorarlo fino in fondo. Significa riconoscere che la dignità non risiede nel tempo che si sopravvive, ma nella qualità con cui si vive e si sceglie.

Laura Santi ci lascia un’eredità preziosa: una testimonianza autentica di libertà, di coraggio, di soggettività piena. Sta a noi, come clinici, cittadini, esseri umani, fare in modo che la sua voce non venga spenta, che il diritto di scegliere per sé, anche nella morte, possa trovare uno spazio di ascolto, di rispetto, di riconoscimento.

© Iolanda Gaeta, 2026. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata senza autorizzazione.

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