La decisione dell’Australia di vietare ai minori di 16 anni l’accesso ai principali social media, imponendo alle piattaforme verifiche rigorose dell’età, nasce da una preoccupazione sempre più urgente per la salute psicologica degli adolescenti. Negli ultimi anni le ricerche hanno mostrato un aumento di ansia, ritiro sociale ed esposizione precoce a dinamiche relazionali che i più giovani non sono ancora in grado di sostenere.
Dal punto di vista psicologico i social diventano un palcoscenico in cui l’identità, ancora fragile, viene continuamente valutata dallo sguardo dell’Altro. In adolescenza il bisogno di appartenenza è naturale, ma gli algoritmi amplificano pressioni, confronti e aspettative che rischiano di trasformarsi in ferite profonde. A sedici anni la capacità di comprendere i propri stati mentali e quelli altrui è più stabile, mentre tra i dodici e i quattordici anni la vulnerabilità è molto più alta.
Questa norma ha anche un valore culturale. Dice che il minore non può essere lasciato solo davanti a piattaforme che non nascono per tutelare la crescita ma per trattenere l’attenzione. È un tentativo di restituire ai ragazzi un tempo psichico più protetto, fatto di relazioni reali e conflitti gestibili, senza il rumore costante della scena digitale.
Certo, un divieto può essere aggirato e nessuna legge può sostituire la presenza educativa degli adulti. Ma questa scelta afferma una responsabilità collettiva: la salute mentale dei minori non è un affare privato, la tecnologia non è neutra, e gli adolescenti hanno bisogno di adulti che sappiano orientare e contenere, non dell’algoritmo come unico educatore. Foto da you tube #socialmedia #salutementale #tutelaminori #psicologiacondivisa

